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Un articolo di Erica Romano su Gerardo Paoletti



GERARDO PAOLETTI. POST HUMAN

27 maggio 2016 · by Erica Romano · in Arte

Quando l’uomo supera l’uomo al solo scopo di ritrovare l’uomo, l’arte si offre come unico interprete di una ricerca estrema, ai limiti del possibile, tanto assurda e radicale. L’arte, allora, invocata come ausilio trasformatore, può davvero mutare la visione della realtà smascherandone le finzioni.

Gerardo Paoletti (Prato, 1974) ci parla del suo processo artistico che nasce dall’esigente intransigenza di scavare le ferite, personali e collettive, e scovarne all’interno le verità più caparbiamente annidate. Lo incontriamo alla sua ultima mostra La mafia siamo noi, progetto espositivo itinerante ospitato a Prato nei nuovi spazi espositivi della Biblioteca Lazzerini nel mese di aprile. Si tratta di un’installazione video e audio, costituita da un corridoio multimediale di ritratti animati, una galleria delle vittime e dei carnefici messi insieme, certo i protagonisti che hanno fatto nel tempo la storia della mafia. Ogni personaggio è stato prima studiato e disegnato all’aerografo, poi alcuni rielaborati graficamente con la tecnica del morfing, ottenendone così immagini animate, accompagnate dalla loro stessa voce registrata, simultaneamente ai movimenti espressivi riprodotti. I volti sembrano così prendere vita, tanto che lo spettatore è letteralmente coinvolto in un susseguirsi realistico di dialoghi, dove si alternano, come in un tribunale, parti lese e parti offese.

Un’esperienza inattesa e del tutto avvincente, e la sensazione è quella di essere catapultati non in una semplice rievocazione ma in quella che vuole essere una restituzione senza filtri di una storia a molti ignota, ma da troppi subita, celata e imbrattata di ignoranza, appunto, per mascherare la verità. Qui l’arte torna ad essere manifesto, o meglio, si presta come tela bianca per riscrivere da capo cosa significhino le parole rispetto e libertà. L’interesse di Paoletti, qui come in molti altri suoi cicli, è rivolto alla denuncia come affermazione di vita, un rivoltare e rivoltarsi contro chi rinnega il rispetto e l’integrità dell’uomo, all’essere pienamente e liberamente uomini. L’ironia, in quanto rovesciamento dello stato delle cose, che porta fino al paradosso, al gioco degli assurdi e al sarcasmo, sono gli ingredienti chiave dei suoi lavori, che vivono della riuscita coniugazione tra più arti di cui l’artista subisce da sempre il fascino.

Soprattutto, pittura e tecnologia insieme trasfigurano e reinterpretano, con due diversi linguaggi, i singoli punti di vista, restituendo tutta la forza e la potenza espressiva che appartiene all’uomo e alla sua complessità. Una soluzione che trova conferma nella capacità comunicativa e di attrazione che le sue opere, varietas curiose, portano con sé. I temi trattati da Paoletti, come quello così cocente della mafia (si ricorda proprio in questi giorni la strage di Capaci), finalmente investono lo spettatore e turbano l’addormentata comodità con la loro attualità, una scossa necessaria perché l’arte possa ancora interrogare sui disagi profondamente umani, così tanto dentro e a noi vicini. L’arte sveglia! E così, gettandosi dentro la vita, rigetta i cadaveri che ingorgano il mare dell’esistenza e permette ai più un tuffo, finalmente, in acque più limpide. Prendere coscienza della realtà in cui viviamo diventa un passo fondamentale, un’esigenza etica, per compiere scelte consapevoli a partire dal quotidiano, anche nel gesto più piccolo e nascosto di ciascuno.

Perché, infatti, ciò che si credeva impossibile, come un mondo post human dove la sintesi vagheggiata tra arte e tecnologia da Baudrillard non sembrava che essere un sogno amorfo e insensato, è possibile e porta in seno una bellezza varia e molteplice dell’uomo, da cogliere come missione che apporta un contributo fondante alla crescita e allo sviluppo sociale e civile. La sfera dell’ignoto e di tutto quanto è sensibile nell’uomo e per l’uomo, Paoletti sembra perseguirlo con ogni mezzo e bramosa, insaziabile curiosità, a favore di una ritrovata concretezza, dove lo spettatore è letteralmente buttato dentro le opere: ne diventa l’attore protagonista e il responsabile scenico, inglobato all’interno di un’opera che si fa a sua volta mezzo per imparare a ri-farsi custodi della propria libertà, di parola, di espressione, di pensiero, di visione.


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